Le parole crescita e decrescita non hanno alcuna connotazione di valore. Indicano rispettivamente un aumento e una diminuzione quantitativa.

Tuttavia, se si riferiscono a fenomeni che incidono positivamente o negativamente sulla vita individuale o sulle dinamiche sociali, acquistano una valenza qualitativa, assumendo i significati di miglioramento o di peggioramento. In relazione a fenomeni con effetti positivi, la crescita indica un miglioramento e la decrescita un peggioramento. In relazione a fenomeni con effetti negativi, la crescita indica un peggioramento e la decrescita un miglioramento.

La crescita del numero di persone che possono nutrirsi regolarmente in maniera equilibrata costituisce un miglioramento, ma la crescita del numero degli incidenti stradali è un peggioramento. La decrescita della produzione agricola dovuta alla siccità costituisce un peggioramento, ma la decrescita delle emissioni di anidride carbonica è un miglioramento.

La crescita dell’energia prodotta da fonti rinnovabili è un miglioramento, mentre la crescita degli ammassi di poltiglie di plastica grandi come continenti che galleggiano negli oceani è un peggioramento. La decrescita della febbre indica un miglioramento della salute, mentre la decrescita dei globuli rossi nel sangue indica un peggioramento. Se si riferiscono a fenomeni che incidono sulla qualità della  vita individuale e collettiva, entrambe le parole possono pertanto assumere sia il signifcato di miglioramento, sia il significato di peggioramento.

Sono considerazioni banali, su cui non varrebbe la pena soffermarsi, ma non si può evitare di ricordarle per capire come mai nell’immaginario collettivo delle società industriali alla parola «crescita» si annetta automaticamente una connotazione di valore positiva e alla parola «decrescita» una connotazione di valore negativa. Come mai la parola «crescita» sia utilizzata come sinonimo di «miglioramento» e la parola «decrescita» come sinonimo di «peggioramento». Queste identificazioni immotivate derivano dal fatto che in queste società l’economia è stata finalizzata alla crescita della produzione di merci e, di conseguenza, è stato utilizzato come indicatore di benessere il Prodotto Interno Lordo (PIL), ovvero il valore monetario delle merci destinate ai consumi finali, agli investimenti pubblici e privati, alle esportazioni nette (esportazioni totali meno importazioni totali), scambiate con denaro in un periodo di tempo determinato: un mese, un trimestre, un anno.

Tuttavia il PIL può essere considerato un valido indicatore di benessere soltanto – se nell’immaginario collettivo il concetto di merce, cioè di oggetto o servizio comprato, si identifica col concetto di bene, cioè di oggetto o servizio che risponde a un bisogno o soddisfa un desiderio; – se l’organizzazione sociale è strutturata in modo che la maggior parte dei beni si possa quasi esclusivamente comprare, ovvero si possa ottenere per lo più sotto forma di merci.

Poiché nei Paesi occidentali da alcune generazioni le persone sanno fare ben poco e sono abituate a comprare tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere, confondono il concetto di merci col concetto di beni. Nei Paesi anglosassoni il concetto di merci viene ormai normalmente espresso con la parola goods, che significa beni, per quanto nel vocabolario persista come un relitto fossile la parola commodities, che significa merci. In realtà non tutto ciò che si compra risponde a un bisogno o soddisfa un desiderio. Non tutte le merci sono beni. L’energia termica che si disperde dalle pareti, dal sottotetto e dagli infissi di edifici mal coibentati è una merce che si paga sempre più cara, ma non è un bene perché non serve a riscaldarli.

Il cibo che si butta non è un bene perché non nutre nessuno. Le merci che non rispondono ad alcun bisogno o non soddisfano alcun desiderio, ovvero gli sprechi, non solo non sono beni, ma comportano sempre dei danni di carattere ambientale. L’energia termica che si spreca negli edifici mal coibentati aumenta l’effetto serra. Il cibo che si butta aumenta la parte putrescibile dei rifiuti, quella più difficile da trattare. Di contro, non tutto ciò che risponde a un bisogno o soddisfa un desiderio si può solamente comprare.

La frutta e la verdura coltivate in un orto familiare per autoconsumo sono un bene, ma non una merce. La cura prestata dai genitori ai loro figli è un bene che non si paga, mentre si paga la loro assistenza negli asili nido. Non tutti i beni sono merci.

Alcuni si possono autoprodurre, o scambiare reciprocamente sotto forma di dono nell’ambito di rapporti fondati sulla solidarietà. Pertanto, la crescita del Prodotto Interno Lordo, ovvero del valore monetario delle merci a uso finale, non coincide con la crescita della produzione di beni, cioè degli oggetti e dei servizi che rispondono a un bisogno o soddisfano un desiderio. Se cresce il valore monetario dei beni che si acquistano sotto forma di merci, alla crescita del PIL corrisponde un aumento del benessere. Se, invece, cresce il valore monetario degli sprechi, la crescita del PIL comporta un peggioramento della qualità della vita. Se il valore monetario del Prodotto Interno  Lordo diminuisce perché diminuiscono la produzione e gli acquisti di merci che non rispondono ad alcun bisogno o non soddisfano alcun desiderio, la qualità della vita migliora. E migliora anche se diminuisce perché aumenta la quantità dei beni autoprodotti o scambiati sotto forma di dono nell’ambito di rapporti comunitari.

Peggiora invece se diminuisce il consumo dei beni di cui si ha bisogno, o semplicemente si desiderano, che si possono ottenere soltanto sotto forma di merci. Ristabilire la diversità del concetto di bene dal concetto di merce non significa sostenere che siano alternativi.

Il contrario di bene non è merce, ma oggetto o servizio privo di qualsiasi utilità, spreco. Il contrario di merce non è bene, ma oggetto o servizio non scambiato con denaro. I beni si possono o autoprodurre, o scambiare sotto forma di doni reciproci, o comprare sotto forma di merci. Alcuni beni, quelli che richiedono tecnologie evolute o competenze professionali molto specializzate, si possono avere soltanto sotto forma di merci. Le merci possono essere oggetti o servizi che rispondono a un bisogno o soddisfano un desiderio. Se hanno queste caratteristiche sono beni acquistati sotto forma di merci. Se non hanno queste caratteristiche non sono beni.

(tratto da “Solo una decrescita felice (selettiva e governata) può salvarci di di Alessandro Pertosa e Maurizio Pallante– ed. Lindau)

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