oggetti in cucina
Il mercato ci propone sempre nuovi strumenti che, a suo dire, ci facilitano la vita; e noi siamo generalmente disposti a credergli; per buona parte della nostra esistenza ci circondiamo progressivamente degli strumenti più vari, degli accessori più all’avanguardia; e arriva il momento in cui ci accorgiamo che dobbiamo anche acquistare un mobile in più per sistemare tutte le cose di cui ci siamo circondati.

Cominciamo a pensare che forse dobbiamo liberarci di alcuni oggetti, forse molti; e spesso decidiamo di accingerci a quest’opera senza por tempo in mezzo. Ma – più frequentemente – iniziamo a chiederci gradualmente di quali cose liberarci e come farlo: il che, già di per sé, ci procura una sottile ansia che si unisce al fardello del lavoro da fare per distinguere, selezionare, riporre.

Esistono anche – e questa è una variante – momenti in cui forzatamente siamo indotti ad una riflessione, ed è come se aprissimo gli occhi a un punto di vista diverso circa le nostre necessità: è quando si guasta un grande elettrodomestico, e accade – ad esempio – che la lavabiancheria ci privi del suo aiuto prezioso. Magari accade in un momento di grande necessità per cumulo di cose da lavare. Prolungandosi per più di due o tre giorni la mancanza, decidiamo di lavare alla vecchia maniera (non mancando di fare una riflessione intima su come facessero i nostri avi a cavarsela senza lavatrice) e – persistendo poi l’attesa del tecnico – abbiamo tempo di considerare su quale quantità assurda di cose abbiamo deciso di lavare e su come abbiamo fatto a sporcarne così tante. Sono davvero tante.

Un barlume di richiamo alla sobrietà si fa strada per la prima volta in noi.

…Ecco che in cucina, intanto, abbiamo avuto modo di accorgerci come quel nuovo servizio di tazzine che ci aveva colpito e che avevamo acquistato (nonostante ci fossimo prefissi alla fine del mese scorso di fare economia e nonostante abbiamo già uno, forse due servizi di tazzine) non abbia ancora trovato lo spazio adeguato per fare bella mostra di sé. Intorno a noi sul tavolo e nella scansia più in basso ci sono molti oggetti: stoviglie, piccoli elettrodomestici. Alcuni di questi ultimi usati raramente, finendo per decidere di farne a meno, dato che dopo l’uso vanno lavati, asciugati e riposti. Anche lo strumento più piccolo e non elettrico non è, in fondo, così faticoso da usare, lavare e riporre: ultimamente lo privilegiamo.

Non c’è dubbio che l’argomento sobrietà debba cominciare a interessarci. Del resto, possiamo metterla anche così: è di moda. La parola sobrietà compare sempre più spesso nella comunicazione giornalistica e perfino pubblicitaria. Sobrietà: fino a questo momento abbiamo avuto in uggia quella parola dal sapore antico, ma viene il tempo che se ne scoprono le comodità.

La parola sobrietà:
La parola sobrietà è ancora evocata con sospetto e, se a taluni può evocare immagini di vita monastica, di eremo, ultimamente molti altri la associano alla parolina Decrescita; parola che, lungi dall’evocare preghiere di monaci fa pensare a una bestemmia. Nell’era delle Crescita come religione economica la parola Decrescita appare incongrua; se non sovversiva. Se c’è un argomento suscettibile di scatenare le più nefaste cattiverie e ilarità, quanto spiegazioni mistificanti, ai nostri giorni questo è per la filosofia della Decrescita

Il tempo arriva
E’ finalmente arrivato il tempo in cui ci siamo liberati di molti oggetti : abbiamo scartato, donato e anche venduto Tutto ciò alternando la fatica (lo scartare) al piacere (nel dono), alla piccola soddisfazione del guadagno (nella vendita riuscita) E da qualche tempo ci sentiamo più “liberi”: dagli oggetti in sé e dal desiderio del loro possesso a tutti i costi: sono diventati non fonte di gioia ma di maggiore fatica, talora arrivando persino a smentire il racconto secondo cui: la tecnologia ci facilita la vita.

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Abbiamo aperto gli occhi su di un punto di vista diverso del possesso.
L’acquisto di un oggetto e il suo possederlo ha avuto nel tempo – ce ne rendiamo conto – talvolta un ruolo di necessità, ma più spesso quello di una compensazione affettiva, di una rassicurazione di una autogratificazione: il possesso dell’oggetto nuovo lucente ci rallegra per qualche giorno o mese ma presto quel nuovo acquisto perderà il suo smalto e si confonderà tra i molti altri oggetti che affollano le scansie e gli armadi, senza più brillare di quella particolare luce propria data dalla novità.
Abbiamo a lungo ceduto alle lusinghe del tre per due, dell’offerta speciale, del troppo, dell’usa e getta, dell’obbligo del rito del saldo – dell’ultimo ritrovato per la bellezza o per la comunicazione istantanea. Siamo sommersi di molte forse troppe cose.
Siamo arrivati a guardare con simpatia a chi davanti a noi alla cassa del supermercato ha un numero di prodotti che si contano sulle dita della mano: un vero alieno nel mondo dei carrelli gonfi e strabordanti. E non è perché ci fa fare meno fila che lo guardiamo con simpatia.

Ci sentiamo abbastanza liberi e in un certo senso privilegiati dal non desiderare di possedere l’ultimo oggetto tecnologico. Siamo – lo comprendiamo ad un certo punto – in sintonia con quella benedetta Decrescita che non vuole – come erroneamente si crede – privarci del necessario e degli strumenti della modernità, ma vuole che possiamo anche farne a meno senza soffrire.

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Forse questo è un punto di vista “occidentale”: perché lì sta la bulimia. E questo apre un discorso che non va evitato…

Germana Pisa

26 luglio 2016

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