Il mondo attuale pensa che in un momento di profonda crisi economica, parlare di un diverso modello di vita, più attento ai problemi ambientali, (che a ben vedere sono i nostri, vista la capacità rigenerativa della natura), di una riduzione dell’uso delle risorse, di una minor produzione di rifiuti, di un rispetto per il territorio sia quasi opzionale, non necessario. Dunque si crede che in questa situazione così spaesante per il nostro futuro sia rimandabile più in là nel tempo tale tematica e nel frattempo si debba cercare di risolvere ancora una volta il “problema” della crisi economica con la crescita, con l’aumento del PIL, senza capire forse che è proprio la crescita che ha generato la crisi umana e ambientale nella quale ci troviamo.

Oggi siamo in uno di quei momenti nei quali ci si rende conto che ciò che era stato annunciato quasi 40 anni fa dal famoso rapporto sui limiti della crescita compilato dai ricercatori del M.I.T. di Boston su commissione del Club di Roma si stanno sostanzialmente avverando. I limiti alla crescita sul pianeta Terra esistono; è ovvio, banale. E’ un pianeta che ha dimensioni finite e tra l’altro molto piccole, con risorse limitate. Alcune di queste sono rinnovabili, altre, in termini umani, non lo sono affatto, come il petrolio o il carbone, i quali, bruciando generano sottoprodotti negativi per l’ambiente; primi fra tutti i cambiamenti climatici.

Dal mio punto di vista se non si prende coscienza di questa limitatezza, la crescita sarà la miglior ricetta per finire il prima possibile nel baratro. Rispetto a 40 anni fa abbiamo ormai quasi 4 miliardi di persone in più sulla Terra. Le cose che si potevano già fare negli anni settanta non sono state fatte, dunque ci troviamo oggi in una situazione ancora più difficile rispetto ai correttivi che si potevano apportare quando questi problemi vennero identificati.

Il messaggio di riduzione dell’impatto della vita dell’uomo continua a non passare, viene visto come un messaggio retrogrado che ci farebbe tornare al medioevo, che non vuole lasciare ai paesi in “via di sviluppo” la crescita per migliorare le loro condizioni di vita. Ogni volta che si apre un dibattito sul tema si finisce subito con queste facili accuse. Non si approfondisce nel merito di argomenti che dal punto di vista di molti sono le uniche istanze che possono portarci fuori positivamente da questa crisi epocale.

Si tratta solamente di prendere coscienza che il futuro non può continuare come è stato programmato il passato fin’ora. Ci sono dei limiti fisici e naturali del pianeta, non lo abbiamo scoperto oggi e nemmeno 40 anni fa; è un dato di fatto a-storico, che già Nicola Tesla alla fine del 1800 enunciava con queste parole: “Se per produrre energia continuiamo ad utilizzare combustibili fossili, ben presto avremmo esaurito una delle nostre principali risorse. E’ un metodo barbaro e dobbiamo smettere nell’interesse delle generazioni future”.

Fermare la crescita significa non avere il dogma assoluto che il benessere sia fatto sempre e solo di un’aggiunta di qualche cosa, forzatamente materiale, senza renderci conto che ci sono dei livelli minimi di benessere delle persone che debbono essere chiaramente raggiunti e corrispondono al soddisfacimento dei bisogni primari e secondari; oltre a quelli si entra nel circolo vizioso della trasgressione dei limiti che arricchisce i grandi poteri economici e svilisce la maggior parte del resto dell’umanità. I bisogni fondamentali dell’uomo ormai li conosciamo bene e nei paesi occidentali li abbiamo soddisfatti tutti. Si tratta di nutrirci in modo corretto, avere una casa confortevole, l’acqua corrente, di poterci riscaldare in inverno, avere uno Stato che ci garantisce un minimo di assistenza sociale, l’assistenza sanitaria, la possibilità di avere un istruzione pubblica, ma più in la andiamo e più ci accorgiamo che l’elenco dei bisogni fondamentali termina con pochi altri temi. Il resto comincia sempre più a diventare un superfluo che guarda caso negli ultimi 50 anni è stato costruito su un immaginario pubblicitario, trasmesso soprattutto televisivamente, che corrisponde a: più mezzi, più beni. Quando vediamo la pubblicità inneggiare a modelli di vita dove il successo dell’uomo si misura con quanti cavalli ha nel motore, quanto più grande è la sua automobile, quante più stanze ha nella propria casa, quante case ha in più, quanti viaggi esotici riesce a fare, capiamo che è un continuo stimolare la mente su oggetti e proposte di una vita fuori dai limiti. E’ proprio la pubblicità che ci dice: “trasgredisci i limiti, non ci sono limiti nel mondo, più compri (e quindi più soldi devi avere) e più potrai elevarti e avere una vita di successo”. Ma questa è una trappola mortale, non è possibile trasgredire i limiti fisici della termodinamica, delle risorse di cui disponiamo. Ogni popolazione sulla terra ha i suoi limiti, l’uomo oltre a quelli ha l’intelligenza, ma l’intelligenza serve anche a essere consapevoli dei limiti, non soltanto a tentare di superarli.

Il superamento dei limiti naturali è possibile in alcuni casi e per limitati periodi di tempo, come ad esempio è accaduto circa negli ultimi 50 anni e potrà accadere al massimo per i prossimi 70.

Poco più di un secolo.

In questo lasso di tempo noi avremmo distrutto e sperperato le risorse che avrebbero dovuto servire a noi, ai nostri figli, ai nostri nipoti e così via…

Non è possibile sforare le capacità rigenerative della Terra all’infinito, il collasso è certo, tutta la scienza che studia questi argomenti lo dice chiaramente, eccettuata qualche solitaria voce fuori dalla comunità scientifica, sulla quale guarda caso fanno leva i poteri economici dominanti.

Io suggerirei in un momento di crisi come questo di revisionare profondamente quali sono i bisogni dell’uomo, garantire la salvaguardia di ciò che di buono e necessario abbiamo raggiunto negli ultimi 50 anni di crescita petrolifera e lasciare il resto al più presto, proiettandosi altrove. E’ stato il petrolio a permettere di raggiungere i livelli di ben-avere nei quali si trova oggi la società occidentale. Ognuno di noi è come se disponesse di 50 schiavi, a discapito degli Altri le cui condizioni di degrado socio-economico sono dovute allo sfruttamento che i grandi poteri economici compiono. Essi permettono a noi di mangiare pomodori d’inverno, arance d’estate e banane tutto l’anno e agli abitanti dei paesi sfruttati di morire di stenti per perdita di sapere tradizionale.

Revisionare quindi non vuol dire tornare indietro, vuol dire tenerci stretto il soddisfacimento dei bisogni fondamentali e soprattutto diffonderli in maniera generalizzata a tutti i sette miliardi di persone che abitano la terra.

Un elemento fondamentale è quello di cercare di fermare l’aumento della popolazione, questa è un’azione vitale, come è vitale fare in modo che un virus non contagi tutto il corpo che abita, fino a farlo morire, morendo lui stesso con esso. Se così non provvediamo a fare ogni passo virtuoso compiuto verso la riduzione dei consumi verrà vanificato dalla crescita della popolazione terrestre nei successivi anni. Bisogna dunque trovare una stabilità anche in essa a discapito di quanto alcuni economisti e demografi pensano, i quali ritengono che anche in questo caso si possa continuare a crescere indeterminatamente e che la tecnologia risolverà tutti i problemi.

Non è vero, la tecnologia può darci degli strumenti ma non risolvere tutti i problemi, anzi vediamo che molto spesso, se male utilizzata ne crea molti di problemi.

E’ un sottile pensiero culturale quello che vorrei oggi venisse recepito, un pensiero già elaborato sia da una certa filosofia, come quella di Hans Jonas con il principio di responsabilità, sia da una certa economia, (non solo la Decrescita, che è quella più provocatoria dal punto di vista mediatico), ma anche l’economia dello stato stazionario di Herman Daly, il quale riflette da decenni su questi argomenti. Penso non solo al rapporto del Club di Roma, ma anche agli esperimenti che si stanno facendo in Germania e in Inghilterra con l’attività di Tim Jackson, “Prosperità senza crescita”, oppure le riflessioni di Wolfgang Sachs in Germania, l’iniziativa del Wuppertal Institut con un altro progetto intitolato “Benessere senza crescita”, le riflessioni del premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom, la ricostruzione del modo di pensare dell’uomo da parte del Metodo di Edgar Morin, il movimento delle Transition Town di Rob Hopkins, le riflessioni sulla disponibilità di cibo nel futuro di Lester R. Brown e molte altre e esperienze grandi e piccole tra le quali non sono ultime le reti di eco-villaggi e i gruppi di acquisto solidale. Come dice il professor Dipak R. Pant: “non è importante che non muoiano le imprese, è importante che non muoia l’imprenditività delle persone”.

Vie d’uscita ci sono, se non altro per il proliferare di tutte le riflessioni e iniziative che abbiamo appena elencato in modo sommario e abbondantemente incompleto.

Io vorrei che oggi il futuro a lungo termine fosse ispirato dai giovani formati sulle spalle degli anziani saggi della nostra epoca e di quelle precedenti; è loro il futuro, perché può essere solo loro il cambio di logica che deve avvenire se vogliamo ribaltare questa modalità di vita. Giovani che si interrogano se questo modello di sviluppo, se questa crescita, (che viene invocata ancora come la soluzione di tutti i mali) saranno ciò che lascerà a loro un mondo con delle opportunità oppure no.

Io non credo che il modello della crescita proposto dagli anziani decisori di oggi, (soggiogati dalla manciata di potentati economici esistenti) basato sul loro terrore di rivivere le situazioni di povertà da cui arrivano e che hanno lasciato, ci possa portare molto lontano.

Il mondo evolve, ci sono idee nuove, ci sono delle possibilità per un economia che non sia la padrona delle nostre vite. L’economia e la finanza soprattutto non devono essere il dogma fondamentale. Non lo è sempre stato e può non esserlo ancora. Non capisco perché dobbiamo oggi basare tutte le nostre scelte, tutta le nostre vite sullo spread con i bund tedeschi; sono cose veramente ridicole agli occhi della Terra in cui abitiamo. Il mondo si fonda sulle leggi fisiche che funzionano da che esiste l’universo, i bund e lo spread li abbiamo inventati in questo periodo per un economia che abbiamo visto in tutti i modi non poter funzionare all’infinito così come è esposta, con le finalità lucrative che si prefigge e con i costi ambientali di cui non tiene conto. Non può funzionare per sempre perché come detto, semplicemente le leggi fisiche lo impediscono e il fatto che non vediamo ora questo impedimento non significa non ci sia.

Nel momento in cui le limitate risorse non rigenerabili di cui disponiamo finiranno e non saremo preparati ci troveremo nella stessa situazione di molti detenuti richiusi in una piccola cella con un’unica scatola di fagioli a disposizione per tutti e per sempre.

Allora io dico: “cambiamo la cultura e le leggi degli uomini; è molto più facile che cambiare le leggi di natura”.

Cosa dovremmo fare dunque in generale e in particolare per uno Stato come l’Italia in questo momento storico di rischio?

Dal mio punto di vista dovremmo utilizzare e applicare innanzitutto il concetto di resilienza.

La resilienza è quella proprietà di un sistema, di una specie, di un organizzazione di sopportare uno stress esterno senza collassare, è una sorta di flessibilità nel sopportare i cambiamenti.

Dovremmo avvicinare le nostre menti al concetto di transizione per aumentare la nostra capacità di essere resilienti nei confronti del futuro prossimo. La Transizione è già un movimento culturale internazionale impegnato attivamente nel traghettare la nostra società industrializzata dall’attuale modello economico profondamente basato su una vasta disponibilità di petrolio a basso costo e sulla logica di consumo delle risorse a un nuovo modello sostenibile non dipendente dal petrolio e caratterizzato da un alto livello di resilienza e benessere sociale. I metodi e i percorsi che la Transizione propone vanno oltre questa definizione proiettandosi verso la ricostruzione del sistema dei rapporti tra gli uomini e tra gli uomini e il pianeta che abitiamo.

L’Italia come tutta la società industrializzata non è per nulla un Paese resiliente. Viviamo tutti un costante stato di dipendenza da sistemi e organizzazioni dei quali non abbiamo alcun controllo. Nelle nostre città consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di kilometri per raggiungerci. Il tutto è reso possibile dall’abbondanza di petrolio ad ancora basso prezzo, che rende semplice avere energia ovunque e spostare enormi quantità di merci da una parte all’altra del pianeta. L’Italia in particolare ha fatto il passo più lungo della gamba, è vissuta molto al di sopra delle proprie possibilità, al di la del soddisfacimento dei bisogni fondamentali che sono stati già raggiunti con il boom economico tra la fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 70. Ora siamo da tempo nell’era del superfluo.

Io suggerirei oggi di investire le poche risorse economiche che restano per rendere gli italiani più resilienti nei confronti di questo futuro prossimo con molte trappole. E’ un futuro in cui l’energia fossile costerà sempre di più. Noi oggi a guardarci bene siamo un paese fragilissimo, legato al cordone ombelicale di un paio di gasdotti e centinaia di petroliere che ci vengono a rifornire. Possiamo essere più autonomi energeticamente. Siamo ricchissimi di potenzialità soprattutto al sud

per quanto riguarda le energie rinnovabili, l’idroelettrico lo abbiamo sfruttato molto negli anni passati, può essere rimodernato e miniaturizzato, ma sono soprattutto il sole, il vento la geotermia e le biomasse, (nel caso in cui siano di derivazione locale), che, se combinate tra loro, possono oggi costituire, (inizialmente almeno in parte) il nostro petrolio domestico. Accanto alle energie rinnovabili, democratiche, che ognuno di noi può installare sul proprio tetto c’è il fatto di dover rendere più efficienti le nostre strutture e infrastrutture. Le case in cui viviamo, i luoghi di lavoro, sono dei colabrodo. L’energia che noi a caro prezzo compriamo all’estero, ricattati da mezzo mondo, la utilizziamo buttandola più fuori che dentro agli edifici in cui viviamo e lavoriamo, considerando il fatto che oggi in buona parte potremmo produrcela da soli.

Dovremmo investire molte risorse dunque sul fatto che gli italiani possano garantirsi in futuro un discreto livello di comfort, senza doversi trovare di colpo nel medioevo se qualcuno da migliaia di chilometri di distanza chiude i rubinetti del gas.

Dovremmo poi fare una operazione di manutenzione del territorio. L’Italia è un paese altamente infra-strutturato, in molti casi in eccesso, solo che le nostre infrastrutture hanno poca manutenzione. Spesso fabbrichiamo, non usiamo, non manutenzioniamo e facciamo crollare. Dovremmo abbandonare i progetti delle nuove grandi opere, non abbiamo più bisogno di grandi opere concentrate e faraoniche. Il mondo del futuro è un mondo al limite di piccole opere, ma diffuse. Ad esempio con i circa 20 miliardi di euro che verrebbe a costare l’alta velocità, (poi reindirizzata nell’alta capacità visti gli errori di previsione dei flussi di persone fatti nelle stime degli anni 90) potremmo finanziare moltissime piccole opere ed iniziative territorialmente localizzate ad esempio nel campo dell’impresa artigiana, nel campo agricolo e dell’autoproduzione, nel campo della ricostruzione della vita comunitaria, nell’ambito della cooperazione economica ed energetica territorialmente collocata. Questi ambiti di intervento per loro natura lavorano dando risposte al territorio circostante, riattivando i circuiti di collaborazione non mediati dal denaro che l’individualismo dilagante della nostra società e la dipendenza dal denaro stesso ci hanno fatto perdere. Potremmo finanziare la banda larga che sarebbe tra le grandi opere la più grande e con un impatto fisico irrisorio. I nostri decisori in fin dei conti dopo la TAV prevedono altre opere: il terzo valico, la gronda, il ponte sullo stretto.

Per cosa?

Per crescere; quando crescere non è più necessario ed auspicabile nel mondo del futuro. Solo prendendo in considerazione l’aumento di efficienza reale alcune opere minori potrebbero essere auspicabili. Dobbiamo anche riflettere sul fatto che già alcune branche degli apparati decisori tradizionali (vedi la Corte dei Conti francese) non credono che in fondo un opera come la TAV sia un gioco che vale la candela.

Piccole opere però non significa che non siano all’avanguardia tecnologicamente. La tecnologia sarà importante nel nostro futuro, ma sempre le nostre mani saranno a guidarla e dunque ad indirizzarla nel verso più consono. Dovremmo aumentare l’utilizzo dell’etere in un rapporto di cooperazione in luogo del trasporto forsennato di miliardi di tonnellate di merci che nella maggior parte dei casi servono solo ad arricchire pochissimi, i quali sono riusciti a creare un lucro profondamente inquinante a discapito della terra, ma soprattutto di noi tutti e di loro stessi.

Un esempio per tutti, tratto dai rapporti statistici internazionali sulle esportazioni: ogni anno dagli USA verso l’Italia partono circa le stesse migliaia di tonnellate di biscotti che partono dall’Italia verso gli Stati Uniti. Anche ammettendo che la diversità di biscotti giustifichi il trasporto, siamo noi disposti ancora, con l’aria che abbiamo ogni giorno da respirare, ad immettere in atmosfera decine di migliaia di tonnellate di CO2 e altri gas inquinanti e cancerogeni in ragione di tale diversificazione, la quale non è altro che un bisogno prodotto da un capitalismo insensato e malato. A pensarci bene, se fosse per la semplice diversificazione dolciaria, sarebbe riproducibile semplicemente grazie ad una informazione scambiata con un clic di mouse in un rapporto di COOPERAZIONE? Invece no, purtroppo si tratta di reiterare un sistema economico che nella sua essenza non può fare altro che crescere, il capitalismo non può fare nient’altro, non ha vie d’uscita per rimanere in vita. Ma guardiamoci attorno, il mondo si sta esaurendo, i suoi confini sono stati

abbondantemente scoperti, non ci sono più molti spazi per crescere e anche se ci fossero a ben vedere non avrebbe più senso. Il 20% della popolazione mondiale consuma oggi l’80% delle risorse del pianeta, il restante 80% della popolazione versa in condizioni degradanti per la vita umana. Fino a dove vogliamo arrivare prima avere il coraggio di aprire gli occhi, stendere le mani e riappropriarci dell’unica cosa che ci è realmente necessaria, la terra.

Abbiamo un territorio, che infrastrutturato in maniera caotica e interessata, è stato reso molto fragile nei confronti dei cambiamenti climatici, abbiamo un agricoltura che non è più in grado di sostenere noi stessi. Semplicemente per il fatto che siamo in troppi ed è per questo necessario dopare il terreno, i prodotti agricoli, i loro geni in modo che sfamino tutti, facendoci crescere al di la delle possibilità naturali, ovvero delle possibilità di buona e durevole accoglienza da parte del pianeta Terra. Pochi sanno che negli ultimi anni i grandi paesi emergenti (Cina, India, Brasile) stanno acquistando interi pezzi di Stati in Africa e nel sud est asiatico in accordo con i governi locali, in cambio di pochi denari, spazzando via migliaia di contadini dalle loro terre per potersi garantire l’approvvigionamento alimentare nel futuro prossimo. Dove ci porterà tutto ciò?

Dovremmo cercare di ricucire i rapporti con il territorio, inteso come l’intorno kilometrico in cui abitiamo. Sappiamo come si chiamano le persone che abitano intorno a noi? Sappiamo che magari sono brave in qualcosa in cui non riusciamo e ci potrebbero aiutare, come ad esempio noi potremmo aiutare loro in qualcosa in cui riusciamo bene, (COOPERAZIONE). Sono molte le risorse economiche che potremmo risparmiare, molte le relazioni sociali positive che potremmo instaurare, molto il tempo che potremmo “perdere senza paura di doverlo perdere” perché semplicemente il denaro avrebbe un altro valore, certamente minore rispetto a quello che oggi siamo costretti a dargli, visti i rapporti di dipendenza in cui ci troviamo.

Dal mio punto di vista dovremmo fare delle nostre città dei luoghi più vivibili, che non siano legati soltanto all’arrivo di merci da oltre oceano, o da Lisbona-Kiev parlando di TAV, e restituiscano poi soltanto grandi quantità di rifiuti. Questo elimina, (è successo ormai da tempo) la produzione locale, l’artigianato, che oggi avrebbero gli strumenti anche tecnologici di rivivere un nuovo Rinascimento. Esistono vari progetti in atto, in studio, o già sviluppati che dimostrano come la riattivazione di circuiti sociali e comunitari di cooperazione territorialmente collocati (vedi le proposte di Alberto Magnaghi e Dipak R. Pant) possono portare benefici non solo dal punto di vista ambientale, ma anche da quello delle modalità di vita delle comunità coinvolte, del benessere delle persone che vi prendono parte.

Siamo abituati a pensare che altra via rispetto all’accumulo di denaro non esista, non ci sia un altro percorso in grado di permetterci di vivere serenamente soddisfacendo tutti i nostri bisogni reali e rinnegando quelli superflui. Questo limite nel nostro pensiero, dal mio punto di vista, ci impedisce, come un paraocchi per un cavallo, di scardinare il sistema economico-finanziario delle grandi multinazionali che poi è quello che ci governa. In esso la regola è che tutto ruota attorno al denaro, al suo possesso, alla possibilità di ottenere beni e servizi esclusivamente mediante il suo scambio. E’ interessante guardare con attenzione in questo senso un video ben fatto intitolato “La storia delle cose”. La socialità cooperativa è un concetto ormai nullo nelle nostre menti. Il baratto è un concetto dimenticato, l’autoproduzione non è nemmeno contemplata perché nel corso del tempo ci siamo privati di tutto il sapere tradizionale che permetteva ai nostri nonni e bisnonni di fare le cose da se. C’erano meno risorse e beni in termini assoluti, c’erano meno comfort, c’era ciò che serviva a vivere in socialità, e c’era la capacità di provvedere a se stessi senza dover avere bisogno della moneta sonante nel portafoglio in ogni istante. Oggi nessuno auspicherebbe di ritornare a quelle condizioni, anche se sempre più spesso risuonano dalle bocche degli anziani le parole: “si stava meglio quando si stava peggio”. Nel contesto attuale, conquistati gli agi e i diritti di cui erano privi i nostri avi, perché non potremmo rinunciare al superfluo? Ricalibrare la nostra vita in linea con le possibilità del pianeta come ben descritto dal modello dell’Impronta Ecologica concepita da Mathis Wackernagel e William E. Rees? Avviarci a piccoli passi verso un percorso che ci riappropri delle nostre capacità del fare, delle nostre capacità di vivere il territorio che abitiamo al pieno delle possibilità; sfruttandolo e facendosi sfruttare dai circoli virtuosi della cooperazione e della

riappropriazione di gruppo dei mezzi e delle conoscenze per la produzione e per l’acculturazione libera.

Conosco moltissime realtà in cui ciò che ho appena riassunto sta accadendo, (vedi la rete degli Eco-villaggi in Italia), le persone in questi contesti stanno ricominciando a fare le persone, si sono riunite in piccole comunità, tutti provvedono ai suoi bisogni grazie alle loro abilità, conoscenze, mezzi, il resto viene scambiato, barattato con l’esterno. Questa non è arretratezza dal mio punto di vista, ma è la presa di coscienza del genere umano del futuro che decide di non obbedire più pedissequamente al Dio denaro, alla Dea pubblicità, (importante mezzo per poter sviluppare l’obsolescenza percepita dei beni), e la reiterazione della produzione senza scopo vero ed utile. I beni, dovendo essere consumati sempre più e sempre più in fretta obbligano a crescere, a correre ogni giorno di più per dare qualcosa in aggiunta a noi e ai nostri figli, facendoci scordare che magari quel qualcosa in più di cui avevano bisogno eravamo noi, la nostra presenza, il nostro ascolto e la nostra autorevolezza genitoriale, ovvero in fin dei conti il timone della loro vita, che se non costruito non potrà mai essere lasciato nelle loro mani.

Ricreiamo dunque un mondo a misura d’uomo dove non ci sia bisogno di una grande competitività. Non dobbiamo competere così tanto fra noi, la competitività non è un valore per la specie umana, ella è una specie sociale.

Che cos’è dunque oggi il valore in un mondo così affollato, se non vogliamo farci la guerra? Ricordiamoci che competitività è una parola anticamera del conflitto.

E’ la COOPERAZIONE il valore del futuro; noi dobbiamo cooperare per usare bene le risorse che abbiamo, (per dirla alla Elinor Ostrom), per produrre la minima quantità di rifiuti, per essere pronti al futuro che comunque ci toglierà un serie di risorse su cui oggi abbiamo puntato nell’abbondanza e nella ricchezza apparente in cui viviamo.

Questo è un momento irripetibile nella storia dell’umanità, un meraviglioso momento di crisi. Non ci sarà più il petrolio a prezzi stracciati come accadeva negli anni 50 e 60, e a ben vedere

 

tra 80 anni al massimo il petrolio non ci sarà praticamente più, lo avremo finito al ritmo con cui lo stiamo estraendo oggi, (ritmo che tende ad aumentare).

Progettiamo questo tipo di Italia, ma prima ancora questo tipo di persona, di famiglia, di Comune, di Regione, che sia in grado di Vivere bene con obbiettivi meno superflui (che arricchiscono solamente pochissimi; ricordiamoci che secondo il Global wealth report di Credit Suisse meno dell’1% della popolazione mondiale detiene il 38,5% della ricchezza globale). Ciò non significa medioevo, significa che invece dell’obbiettivo dell’oggetto costoso e di lusso tanto effimero quanto dissipatore di risorse, possiamo rivolgerci verso cose che ci fanno vivere bene e hanno dei costi ambientali ed economici irrisori. La cultura prima fra tutto, i tesori culturali immensi che nel caso dell’Italia tutto il mondo ci invidia e che solitamente facciamo cadere in rovina. Tutto ciò quando in molti esempi all’estero beni di importanza minore vengono conservati come reliquie e sfruttati per la creazione di circoli virtuosi nei confronti del paese stesso.

Oggi, anche grazie alla globalizzazione dell’informazione e delle relazioni sociali possiamo costruire un mondo estremamente qualitativo sul piano del livello di vita, sbarazzandoci del superfluo, passando se vogliamo a un “lusso leggero”, quello della cultura appunto, quello della gioia del fare da se, di creare, diventare artigiani della propria vita, del dedicarsi alla produzione di ciò di cui ci nutriamo, il lusso della convivialità tra persone che decidono di stare insieme e arricchirsi. Senza pensare che rinchiudersi in un guscio sempre più stretto, (ciò che ci porterebbe a fare l’individualismo crescente) possa essere la soluzione ai nostri problemi. La soluzione è il dialogo; tutte le riflessioni che sto scrivendo sarei felice fossero ribaltate e stravolte, se solo ciò fosse fatto da persone normali che dialogano in comunità e partecipazione.

Il lavoro dovrebbe essere straordinariamente riveduto nell’ottica di questo nuovo mondo in grado dal mio punto di vista di liberarci dai giochi del consumismo, dell’avere a tutti i costi e del lavorare per avere altrimenti non si è nessuno. Il concetto cardine è quello secondo il quale, in luogo del lavoro salariato, dovremmo cominciare a pensare di far crescere un’altra tipologia di lavoro che al posto di offrirci la consolazione in denaro a fine mese ci offra già ciò che solitamente con il denaro

andiamo a comprare, ma in più moltissimo altro che il denaro non ci potrà mai dare; la possibilità di costruire reti sociali, rapporti comunitari, senso civico, aiuto e cooperazione. Una volta non esistevano molti problemi che al giorno d’oggi si sono manifestati per l’obbligo del lavoro salariato. I bambini venivano accuditi dalle famiglie, perché c’era sempre qualcuno in casa, gli argini venivano falciati dai contadini per le loro bestie senza dover ricorre a migliaia di ettolitri di gasolio, la vendemmia era una festa che dava da lavorare a tutti, così come l’uccisione del maiale. Se serviva qualcosa il prestito non era una forma svilente di attività umana, bensì il contrario, oggi il prestito è da pezzenti perché indica l’impossibilità di comprare, la mancanza di denaro.

Da poco ho letto un articolo di una persona che ha deciso di ridurre drasticamente le sue ore di lavoro pur non essendo egli ricco o benestante per poter semplicemente vivere. Le persone che ci stanno intorno e noi stessi siamo stati cresciuti per mettere il lavoro al primissimo posto, in modo da poter guadagnare abbastanza denaro da spendere nel soddisfare bisogni in grado di darci di più, di palliare la delusione, lo stress, l’insuccesso, tutto ciò a discapito della salute, delle relazioni, delle proprie passioni, della propria vita insomma.

Su un social-network ho letto la riflessione di una ragazza che dice: “Nel mio caso adoro le mie 4-5 ore di lavoro, perché oltre a farmi vivere, (durante il lavoro io vivo, cresco, mi modifico, imparo) mi danno moltissimo tempo da dedicare alle mie passioni a tutto ciò che sono riuscita a far stare fuori dalla mera logica economica del denaro e della compravendita. E se ci penso lavoro 1/5 della durata di una giornata, un tempo splendido per poter fare molto altro. Il fatto che questo “altro” sia anche improduttivo (riposo, danza, creatività, lettura, amicizie…), ma in molti casi produttivo (fare le cose da se e in comunità, coltivare il proprio cibo) mi dovrebbe fare sentire in colpa secondo la società in cui viviamo. Io sto costruendo una casa e una famiglia, ci vogliono molti soldi per potersi realizzare, e nel mondo in cui viviamo non è ammissibile perdere tempo… è così, con questi ragionamenti, che siamo diventati schiavi dei soldi e del lavoro. La schiavitù si è trasformata nei secoli. Maggiori diritti da un lato per noi occidentali, a discapito comunque sempre dell’altra parte sfruttata del mondo che ci SERVE, ma in ogni caso impossibilità di vivere realmente liberamente. Penso a mamme e papà che lavorano 10 ore al giorno per poter far “vivere” i propri figli irrimediabilmente cresciuti da altri. Vogliamo veramente questo stile di vita che in cambio di un agio apparente ed effimero e che durerà ancora per pochi decenni anni sta distruggendo l’uomo come animale sociale e il pianeta che lo ospita assieme a miliardi di altre creature di pari dignità e valore. O vogliamo essere liberi di scegliere dove mettere le nostre priorità, che possono essere certamente il lavoro una volta, la cura della propria persona un’altra, la famiglia, una particolare passione. Quando il proprio lavoro permette di poter scegliere si ha veramente la possibilità di vivere! altrimenti si è solo una nuova generazione di schiavi!”.

Il modello di aspirare a comprarsi il SUV o lo Yacht è un modello socialmente conflittuale, ambientalmente costosissimo, che costringe le persone a lavorare molto di più, o più spesso a sfruttare il lavoro degli altri, per pagare a se stessi questi benefit. Se noi ce ne sbarazzassimo potremmo anche lavorare di meno.

Uno degli obbiettivi non è quello di lasciare a casa dal lavoro un sacco di persone, dato che tutti i beni superflui vengono oggi visti come un incentivo all’occupazione e nel momento in cui li dovessimo togliere le industrie non lavorerebbero più. Quello che si vuole cercare di proporre in maniera certamente difficoltosa ma indispensabile è un cambio di rotta. Nessuna rivoluzione, ma una poderosa presa di coscienza del vicolo cieco nel quale siamo finiti e che potrebbe farci molto più male tra qualche decennio in termini di crisi sociali ed economiche rispetto ad oggi, momento in cui forse abbiamo ancora del tempo per un inversione di tendenza nel senso di tutto ciò che ho cercato di esporre fino ad ora. Abbiamo visto che il modello attuale non ha funzionato e oggi ci ha portato nella situazione di difficoltà descritta. A pensarci bene qualsiasi cosa, anche di superfluo sia stata prodotta, inevitabilmente, con l’automazione o con lo spostamento della produzione in paesi emergenti ha tolto alla fine ugualmente occupazione a coloro che l’aveva data in precedenza magari, di una o più generazioni, gonfiando in questo modo il numero della popolazione mondiale in modo a mio avviso assolutamente artificioso; ma allora non sarebbe meglio produrre cose solo

veramente utili alla nostra qualità della vita e lavorare meno per il salario mensile? Se avessimo meno necessità di acquistare oggetti inutili che oggi la pubblicità ci indica (uno dei veri veleni del nostro mondo al contrario della promozione), forse potremmo lavorare per il salario magari la metà del tempo che lavoriamo ora. Quattro ore al giorno, pomeriggio o mattino libero, più possibilità per stare in famiglia, più possibilità per curare la propria cultura, il proprio orto, nel senso fisico del termine.

Dal mio punto di vista tutto quello che qui ho cercato di enunciare per sommi capi e con molte imperfezioni criticabili si può fare, e sarebbe forse uno standard di vita più umano. Come molti altri che conosco, ho cominciato a praticare; a casa mia metto in atto a piccoli passi quello che ho esposto; è facile in fondo se si mette da parte la pigrizia (intesa come viene vissuta oggi, ovvero noia di vivere), fa risparmiare denaro, da soddisfazioni sociali e culturali molto importanti. Mi ha permesso di slegarmi da una serie di circuiti ed obblighi economici quasi sempre basati sulla pubblicità la quale furbescamente scava il nostro cervello e ci dice cosa è giusto fare.

SUMMAGA lì 21/03/2012

ANDREA PAVAN

Fonte: www.pratichiamoilfuturo.org

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